Montreal, due mesi dopo…
Lizzie si lasciò cadere sui gradini del cafè, un bicchiere di cioccolata in mano. Davanti a lei, oltre la balaustra in marmo della grande terrazza panoramica, si estendeva lo skyline di Montreal.
In realtà la città era molto diversa da Chicago e da come la ragazza si sarebbe aspettata. Pochi grattacieli nella sua downtown, e nanerottoli in confronto a quelli della metropoli dell’Illinois. La maggior parte di Montreal era costituita da bassi edifici, al massimo di due o tre piani: quelli nelle vie principali costruiti in pietra chiara o mattoncini rossi che ricordavano l’architettura londinese di fine ottocento; altri, invece, erano casette in legno, ognuna con una scaletta che conduceva alla porta, in modo che l’ingresso non rimanesse bloccato durante l’inverno per la neve, che ricopriva la città con il suo sudario bianco per quasi sei mesi all’anno.
Ma in quel momento la neve e l’inverno erano un ricordo lontano. L’aria era tiepida, sui venticinque gradi centigradi, e il sole brillava nel cielo meravigliosamente terso, specchiandosi sul vetro e l’acciaio dei grattacieli e sull’acqua dei due fiumi, in lontananza, che delimitavano l’isola su cui sorgeva il centro cittadino.
Lizzie si trovava sul Mont-Royal, il rilievo al centro dell’isola e cuore verde della città. Se durante l’inverno i suoi sentieri erano usati soprattutto come piste per lo sci di fondo, d’estate il parco veniva letteralmente preso d’assalto dai canadesi amanti delle passeggiate in mezzo al verde e da chiunque volesse godersi un bel panorama. Sulla terrazza c’era una piccola caffetteria, detta lo Chalet di Mont-Royal, dove si poteva bere qualcosa, prima di ridiscendere più a valle o di affrontare l’arduo sentiero che portava fino in cima, alla Croix du Montreal. Nell’aria aleggiavano le note di uno dei tanti pianoforti pubblici sparsi per i parchi della città. Chiunque poteva sedersi davanti alla tastiera, gentilmente fornita dal comune per i suoi concittadini, ed esibirsi in una performance. Dal bambino che premeva tasti a caso, a studenti di musica che deliziavano i presenti con brani famosi eseguiti magistralmente.
Lizzie socchiuse gli occhi, prendendo un ultimo sorso della sua cioccolata ormai fredda. Il tepore, il brusio allegro della gente, quell’atmosfera rilassata... sarebbe stato tutto perfetto, se avesse potuto condividerlo con i suoi amici.
Forse è questa davvero la solitudine!, considerò. Avere un bel ricordo e nessuno con cui condividerlo.
«Ehi, che fai? Ti stai addormentando?»
Suo cugino David uscì a sua volta dalla caffetteria, in mano una lattina di Pepsi. Era poco più grande di lei, alto e snello, con una zazzera di capelli biondi tendenti al rossiccio e un sorriso sempre stampato sul viso costellato di lentiggini, che risaltavano sulla carnagione chiara. Dietro di lui venivano i suoi inseparabili amici, Sam e Benoit.
«Mi godevo il sole come una lucertola» ammise Lizzie. Si alzò e gettò il bicchiere ormai vuoto nel cestino di fianco alla gradinata.
«Già, oggi è un gran caldo» annuì David. «Dovevamo andare in piscina, invece che venire qua.»
«Mi piace il parco» replicò Lizzie. «Mi ricorda quello sulla riva del lago Michigan, a Chicago.»
Le ricordava casa, ed era per questo che cercava di farci almeno una passeggiata ogni fine settimana.
«Wow, non sono mai stato a Chicago. È davvero grande come dicono?» si intromise Sam. Aveva gli occhi a mandorla che denotavano le sue origini orientali, mentre Benoit, nonostante la giovane età, aveva già il cranio completamente calvo e liscio come uno specchio. «E com’è il Museo di Storia Naturale? C’è davvero quello scheletro di dinosauro gigante che si vede nei film?»
Lizzie rise. «Certo che c’è. Da bambina, papà mi portava sempre a vederlo.»
«E quanto è grande davvero?»
«Arriva quasi al soffitto, e credimi, è un soffitto altissimo.»
Mentre ripercorrevano il sentiero che discendeva a valle, continuarono a chiacchierare allegramente di Chicago. Lizzie non sapeva se quei ragazzi erano davvero così interessati alla sua città, e agli USA in generale, o se semplicemente cercavano di farla sentire a suo agio. Erano molto gentili nei suoi confronti, tutti quanti, e fin dall’inizio David si era impegnato a farle visitare Montreal e a introdurla nel suo giro di amici. L’aveva anche spinta a iscriversi a Meet-up, un sito di incontri in cui inserivi i tuoi hobby e interessi, e automaticamente potevi iscriverti a una serie di gruppi nella tua città che si occupavano di quelle tematiche. Dopo sole due settimane di permanenza lì, Lizzie era già membro di un gruppo di lettura, di uno chiamato Geek Girls di Montreal, e di uno di Hiking, cosa che la aiutava a riempire giorni e serate altrimenti avvelenati dalla struggente nostalgia.
«Ti stai ambientando bene» aveva commentato sua zia la sera prima, a cena, davanti a un enorme piatto di putin. Lizzie aveva annuito, perché era vero, ma ciò nonostante le mancavano tremendamente casa, i suoi genitori e i suoi amici. Con Rose e Carl riusciva a vedersi quasi ogni giorno, utilizzando l’account Skype di zio Aaron, ma erano due mesi che non sentiva né Megan né Justin. Erano ancora a Chicago o avevano già fatto armi e bagagli per il college? I due amici erano stati parte della sua vita per così tanto tempo che adesso la loro assenza era un vuoto in mezzo al petto.
Il sentiero che serpeggiava lungo Mont-Royal delimitava un piccolo laghetto artificiale, che d’inverno veniva usato per pattinare o per l’hockey su ghiaccio. Intorno, c’erano tavolinetti di legno e piccoli gazebo adibiti per i pic-nic. Benoit aveva portato i panini nello zaino e i ragazzi presero posto. Sam aveva con sé anche un pallone, per passare il tempo in attesa dell’ora del brunch.
«Ti va di fare qualche tiro?» le chiese con un gran sorriso.
Lizzie declinò gentilmente l’invito e rimase seduta, a osservare le anatre che starnazzavano nel laghetto, mentre i tre ragazzi prendevano a giocare nel prato vicino a lei. Sam le era simpatico, con i suoi modi un po’ impacciati e il suo fare da nerd, e l’aveva già invitata a cena fuori un paio di volte. Lei aveva sempre trovato una scusa, perché al momento non aveva alcun interesse a impegnarsi in una relazione. Cioè, da un certo punto di vista sarebbe stato bello, un modo per non pensare a ciò che si era lasciata alle spalle - e magari per smettere di sognare alle mani di Michael che le percorrevano il corpo, suscitandole sensazioni peccaminose-, insomma, per ricominciare una nuova vita.
Zio Aaron le aveva fatto avere le brochure delle due università di Montreal, la McGill e la UQAM. Ovviamente lei avrebbe potuto frequentare solo la prima, dato che nella seconda l’insegnamento era svolto in francese e non conosceva la lingua, come invece la maggior parte degli abitanti della capitale del Quebec. Magari avrebbe potuto iscriversi con un nome falso, e passare lì gli anni accademici...
Non era il futuro che si era sempre immaginata, ma forse era l’unico futuro che aveva a disposizione. Solo, non riusciva a rassegnarsi.
Se soltanto avesse potuto sfogarsi con qualcuno...
Si trovò il cellulare in mano ancor prima di aver formulato il pensiero. Lo portava sempre con sé nella borsetta, anche se non lo accendeva da settimane.
Un attimo soltanto. Che male poteva fare?
Lanciò un’occhiata a David e agli altri, che erano concentrati sul pallone e non badavano a lei, quindi premette il pulsante di accensione e pochi attimi dopo stava già chiamando Megan, prima di avere il tempo di pentirsene.
Rispose al terzo squillo.
«Cazzo, Lizzie, sei tu? Che ti è successo, si può sapere?» la assalì la voce della ragazza dall’altro lato della cornetta: agitata, incazzata, sì, e così meravigliosamente familiare.
Sentì gli occhi inumidirsi per l’emozione. «Ciao, Megan!» riuscì a pronunciare soltanto.
«Ciao un bel paio di palle! Non rispondi al cellulare da due mesi, dico, DUE FOTTUTI MESI, e adesso te ne esci con questo ciao innocente?» Sciorinò un altro fiume di colorite imprecazioni. «Dove sei? Sono stata a casa tua almeno dieci volte, e i tuoi non hanno voluto dirmi nulla, solo che eri a un campo scout, ma tu odi gli scout, porca puttana!, e non dormiresti in una tenda in un bosco neanche se ti pagassero oro.»
«Infatti non sono in un bosco, Megan, stai tranquilla...»
«Tranquilla??? Mi hai fatto preoccupare da pazzi!» L’amica era chiaramente sul piede di guerra e non gliel’avrebbe fatta passare facilmente sottogamba. «E Justin, poveretto, anche lui era in ansia per te… non voleva nemmeno partire per il college, prima di avere tue notizie, quindi vedi di avere una buona scusa per essere sparita per tutto questo tempo senza avvisare.»
Lizzie sospirò. «Ho un’ottima scusa, credimi!»
«Benissimo!» sbottò Megan dall’altro lato. Un attimo di silenzio. «Beh, sto aspettando!?»
«È che non posso dirtelo il motivo…» esalò Lizzie tutto d’un fiato. «Sul serio, mi dispiace tantissimo, avrei voluto spiegarvi tutto quanto, ma temevo di mettervi in pericolo.»
«Di che accidenti stai parlando? E puoi almeno dirmi dove sei finita?»
«Mi dispiace.» Lizzie si morse le labbra. «Non posso... avevo solo bisogno di parlarti, di sentire una voce amica, ma non posso dirti dove sono né perché.»
Megan emise un mugolio esasperato. «Dio, Lizzie, ti comporti in modo assurdo. E tutto da quando siamo andati al Divinae Club a cercare il tuo fratellastro...» Si interruppe, come folgorata da un’intuizione. «C’entra lui in qualche modo, vero?»
Sì!, avrebbe voluto urlare lei. Sì, è tutta colpa sua se sono bloccata qui, e Dio sa quanto lo detesto! Invece si costrinse a ingoiare l’urlo che le saliva graffiante in gola.
«Sul serio, è meglio se rimani fuori da questa faccenda.»
«Non puoi chiedermi una cosa del genere» protestò Megan. «Sei la mia migliore amica, e voglio aiutarti. Ma non posso farlo se non mi dici in che cazzo di guaio sei finita.»
«Per favore, lascia perdere.»
«No che non lascio perdere.»
Lizzie chiuse gli occhi. Sì, Megan avrebbe davvero fatto di tutto per aiutarla, e si sarebbe messa nei guai anche lei. Non poteva permetterlo.
«Ti voglio bene» le disse.
L’altra ragazza parve intuire le sue intenzioni. «Aspetta, cazzo, non ti azzardare a riattaccar...»
Click.
Interruppe la comunicazione, poi si affrettò a spegnere nuovamente il cellulare, perché Megan l’avrebbe richiamata, ancora e ancora.
Affranta, ripose il telefono in fondo alla borsetta, sotto gli sguardi attenti e accusatori delle anatre del laghetto, augurandosi di non aver fatto l’ennesima cazzata.
Il metallo della cassa era freddo contro le spalle. Michael lo percepiva attraverso la giacca, nei punti in cui non indossava il giubbotto anti-proiettile.
Brian era stato irremovibile in merito: il boss non poteva rischiare di beccarsi una pallottola vagante nel cuore.
L’amico gli aveva anche sconsigliato di partecipare in prima linea a quella spedizione, ma lui aveva fatto notare che nessun buon capo mandava i suoi a rischiare la vita, quando non era pronto a fare lo stesso.
La verità era che aveva un assoluto bisogno di distrarsi - di azione, e meglio ancora di distruzione -, per togliersi dalla testa il pensiero della sorellastra.
Lo smacco subìto ancora gli bruciava nel petto come le fiamme dell’inferno, e neppure le feroci scopate con Charity potevano domare quell’incendio.
Prima o poi la troverò!, si ripeté per l’ennesima volta. Non può sfuggirmi per sempre!
Aveva sguinzagliato tutti i suoi contatti sulle tracce della ragazza. Nel frattempo, però, aveva parecchi affari della Famiglia di cui occuparsi.
Controllò l’orologio da polso, sincronizzato con quelli dei suoi uomini. Ormai tutti avrebbero dovuto aver preso posizione. Attendevano solo il segnale.
Scivolò di lato, la pistola in pugno, e si sporse oltre le casse. Il sole era calato oltre l’orizzonte, scomparendo tra i grattacieli del centro, e l’aria che spirava dal lago si stava facendo più umida e pungente, con un vago sentore di carburanti di scarico e di pesce andato a male. Nuvolette di vapore si condensavano davanti alle sue labbra.
La saracinesca del grosso magazzino era vaiolata di ruggine in più punti, messa impietosamente a nudo dalla luce fioca di un lampione.
La via era deserta.
Quella non era una zona del porto da affrontare da soli con leggerezza, di notte, se si voleva tornare a casa con il portafoglio, o con tutti i pezzi del corpo al loro posto.
Al suo fianco, Brian tormentava il grilletto della Beretta.
«Credi che abbiano mangiato la foglia?» chiese in un sussurro. La sua non era preoccupazione - Michael non l’aveva mai visto preoccupato in tutta la sua vita - ma una semplice domanda per ingannare il tempo.
«Rilassati» gli rispose. «Andrà tutto come previsto, e i bastardi avranno quello che meritano.»
«Non sono io quello che morde il freno, tra noi!» fece notare il suo braccio destro, ironico.
Michael ignorò l’allusione e si concentrò sulla saracinesca del magazzino. Non aveva finestre, da cui i curiosi potessero sbirciare cosa avveniva all’interno. C’era un’altra piccola uscita sul retro e i suoi uomini la stavano presidiando: aveva tutto sotto controllo. Il Boia gli aveva insegnato a valutare ogni alternativa e a mettere in atto le opportune contromosse. Erano tutte lezioni che aveva imparato sulla propria pelle, e ne conservava ancora le cicatrici dentro di sé.
Infine, con un leggero cigolio, la saracinesca cominciò a sollevarsi. Michael sentì tendersi tutti i muscoli, mentre la familiare scarica di adrenalina, simile a un orgasmo, gli invadeva violenta il sangue.
Finalmente!
Attese, trepidante, fissando quella bocca scura e minacciosa che si apriva sulla facciata del magazzino. Poi, due occhi si accesero nel buio. Il furgone emerse borbottando dall’edificio, a passo d’uomo, i fari bassi e i vetri oscurati. Alle sue spalle, la saracinesca iniziò subito a richiudersi.
Adesso!
Con un cenno d’intesa a Brian, Michael emerse dal suo nascondiglio e sparò alle ruote del camioncino.
Era il segnale. Un secondo più tardi, i suoi uomini dall’altro lato della strada aprirono a loro volta il fuoco contro il veicolo, mentre il nutrito drappello appostato vicino al magazzino fece irruzione dall’interno.
Il guidatore del furgone reagì, provando ad accelerare, per evitare quell’attacco a tenaglia, ma la ruota a terra lo fece sbandare, senza controllo, e il veicolo andò a urtare contro il lampione, prima di rovesciarsi malamente su un fianco, gli penumatici che ancora giravano e stridevano. Il portellone sul retro si spalancò, lasciando schizzare fuori casse e imballaggi.
Uno degli occupanti emerse dalla portiera del passeggero e cercò di darsi alla fuga. Fu freddato con efficienza, poi i Cannizzaro si dedicarono agli altri rimasti all’interno.
«Me ne basta uno vivo!» ringhiò Michael. «Sapete cosa fare degli altri.»
Le sue indicazioni erano state chiare: quella spedizione non prevedeva prigionieri.
In meno di un minuto, cinque cadaveri giacevano scompostamente sull’asfalto della viuzza. Anche gli spari all’interno del magazzino erano cessati e, affacciandosi alla saracinesca, Michael constatò che i suoi uomini avevano sopraffatto la resistenza degli avversari.
«Il posto è pulito» lo informò Brian, dopo un breve giro di perlustrazione.
«Bene» annuì Michael, soddisfatto. «Perdite?»
«Due feriti, ma niente di grave» rispose il suo secondo. «Direi che ai russi è andata molto peggio.»
«Se la sono cercata» tagliò corto Michael, poi diede una rapida controllata alle casse stipate dentro il magazzino, sotto degli anonimi teloni. Ne aprì il coperchio di una, constatando con piacere che era piena di una polverina bianca, chiaramente non talco né zucchero a velo. Un sorriso gli increspò le labbra.
«Prendete tutta la roba che vale» ordinò ai suoi, sbrigativo. «Distruggete il resto.»
Mentre gli uomini si mettevano al lavoro, insieme a Brian si occupò dell’unico superstite della sortita. Era una ragazzotto poco più che ventenne, con gli occhi sgranati dalla paura e una brutta escoriazione sul naso e sul mento per la colluttazione. Due Cannizzaro lo sostenevano, uno per parte.
«Come ti chiami?» lo apostrofò Michael.
Il ragazzo deglutì, ma riuscì a racimolare abbastanza coraggio da sputargli sulla punta delle scarpe, invece di rispondere.
Rapido come un serpente, Brian scattò, affondando un destro alla bocca dello stomaco del prigioniero, che si piegò in due e si lasciò sfuggire dalle labbra un “uff” soffocato, insieme a un fiotto di saliva e sangue.
«Riproviamo, vuoi?» ripeté Michael, imperturbabile. «Come ti chiami?»
«Ivan» boccheggiò il ragazzo, con un marcato accento russo.
«Bene, Ivan, oggi è il tuo giorno fortunato, perché non ho intenzione di ucciderti, a meno che non ti venga la malaugurata idea di sfidare la mia pazienza. Sai chi sono?»
Ivan lo squadrò con un misto di terrore e odio. «Un Cannizzaro!» rispose.
«Sbagliato. Sono il Cannizzaro. Il capo della Famiglia. E questo...» compì un ampio gesto del braccio, a comprendere il magazzino in cui i suoi stavano radunando i cadaveri e spargendo benzina in abbondanza, «questo è quello che succede quando mi incazzo. E i tuoi compari mi hanno fatto incazzare parecchio.»
Il ragazzo badò bene di non replicare.
«Quindi, dato che loro non l’hanno capito, lo rispiego di nuovo a te, e spero che tu sia più bravo dei tuoi predecessori a riportare il messaggio. South Shore appartiene ai Cannizzaro. Fine della storia. Qualunque traffico o affare abbiate in corso in questa zona, o lo cessate immediatamente, o i proventi spettano comunque a noi. Avete due settimane per levare le tende. Non costringetemi a venirvi a stanare nei vostri luridi buchi di fogna e ammazzarvi tutti uno a uno come i cani che siete. Perché lo farò. Sono stato chiaro?»
Ivan annuì, ammutolito. Negli occhi del Cannizzaro leggeva una luce troppo pericolosa per sfidare la sorte.
«Molto bene.» Michael gli diede una pacca sulla spalla, a metà tra un gesto di approvazione e di minaccia. «Adesso lasciatelo andare, e leviamoci da questo squallore. Tra poco farà caldo, qui.»
Era già in auto con Brian, sulla via del ritorno, quando l’esplosione scosse il porto e una vampata di fumo e fiamme divorò il tetto del magazzino. La polizia avrebbe avuto il suo bel da fare a tirare fuori tutti i cadaveri carbonizzati, e i suoi erano stati abbastanza efficienti da far sparire proiettili e qualsiasi altro indizio che potesse far risalire a loro.
Ma i russi avrebbero saputo.
Avrebbero saputo cosa succedeva, a chi osava sfidarlo ancora.
L’unico modo per non essere spezzato, è spezzare per primo tutti coloro che ostacolano il tuo cammino.
La voce gracchiante del Boia si dissolse insieme all’eco dell’esplosione alle sue spalle e Michael si accomodò meglio sul sedile.
«Accendi la radio» ordinò a Brian, che obbedì prontamente. La musica rock di Bon Jovi proruppe dagli altoparlanti, riempiendo l’abitacolo.
«Che intenzione hai, riguardo tutta la droga che abbiamo confiscato?» domandò dopo un po’ il suo secondo.
Michael ci aveva già pensato. «La metteremo sul mercato noi. Ai nostri prezzi.»
«Ricaveremo un sacco di soldi.»
«Alle spalle di quei russi bastardi che si sono accollati il lavoro sporco per farla arrivare fino a qui.»
«Un bel colpo per i loro affari.»
«Così imparano a non pestare i piedi ai Cannizzaro.»
Furono interrotti dallo squillo del cellulare. Michael lo estrasse prontamente dalla tasca posteriore dei pantaloni scuri e rimase a fissare il display per qualche attimo con aria corrucciata.
«Chi è?» domandò Brian.
«Hugh, il nostro contatto nella polizia» lo informò Michael. Gli sbirri erano già arrivati sul luogo della sparatoria e c’era bisogno di insabbiare qualcos’altro? Oppure c’era un’altra questione in ballo? Si decise a rispondere.
«Pronto?»
«L’ho trovata!» esclamò l’uomo dall’altra parte, senza tanti preamboli.
Michael si raddrizzò sul sedile di scatto.
«Elizabeth Parker» proseguì Hugh, a bassa voce. «Stamani sono riuscito a captare il segnale del suo cellulare.»
Il cuore prese a martellargli nel petto, più feroce e frenetico di quando poco prima si era trovato nel bel mezzo della violenta sparatoria. «Dov’è?»
«Abbiamo mappato la sua posizione. Montreal, Canada. Ti girerò le coordinate a breve.»
Il Canada... la sorellastra aveva addirittura lasciato gli USA, nello sciocco tentativo di sfuggirgli. Come un pesciolino che si dimena dentro una rete e non può evitare di finire bloccato tra le sue maglie. Una risata roca gli sfuggì dalla gola. «Ho bisogno dell’indirizzo preciso. Controlla, potrebbe avere dei parenti là.»
«Preparerò un dossier prima possibile.»
«Ben fatto.»
Staccò la comunicazione e si concesse un grugnito soddisfatto, pregustando il momento in cui avrebbe avuto di nuovo Elizabeth nelle sue mani.
«Buone notizie?» s’informò Brian.
«Sì…» annuì Michael. «In settimana andiamo a fare una gita a Montreal. E i soldi che ricaveremo dall’incursione di stasera serviranno per le mie prossime nozze.»


